BREVE
INTRODUZIONE AL MODELLO COPYLEFT
di Simone Aliprandi
In
principio era il software
Il software nasce nel secondo dopoguerra come uno strumento
direttamente funzionale all'applicazione tecnologica e dunque
strettamente legato all'hardware: si può dire infatti
che inizialmente ogni calcolatore contenesse le istruzioni
utili a farlo funzionare. Quando i calcolatori iniziarono
a diventare macchine più complesse e contemporaneamente
strumenti di lavoro non più elitari ma diffusi anche
al di fuori dei centri di ricerca, ecco che si pose il problema
di creare dei sistemi operativi standardizzati che permettessero
una maggiore fruibilità anche da parte di utenti
medi. Il software divenne così un'entità a
sè e di lì a poco (cioè con la diffusione
di massa del computer) un prodotto commerciabile: era infatti
possibile acquistare un computer (nel senso di solo hardware)
e in separata sede installarvi il sistema operativo e gli
applicativi che servivano all'utente (software). Nacque
così la nuova esigenza di "pacchettizzare"
il software e metterlo a disposizione degli utenti in una
rete di distribuzone a sè stante; e fu in questa
fase che le imprese avventuratesi in questo nuovo mercato
iniziarono ad avvertire l'esigenza di tutelare il proprio
lavoro, servendosi degli strumenti classici che il diritto
industriale metteva a disposizione: il segreto industriale,
il brevetto o il diritto d'autore. Per una serie di motivi
e di considerazioni dottrinali su cui non esiste tuttora
un consenso unanime (e su cui non è il caso di soffermarsi
in questa sede), la scelta cadde sulla tutela d'autore,
chiamata "copyright" nel suo contesto originario,
ovvero quello statunitense: fu infatti il legislatore americano
(con il Software Copyright Act del 1980) a fare il primo
passo ufficiale in questa direzione, per essere poi seguito
nel decennio successivo dai legislatori degli altri paesi
industrializzati.
Copyleft
in ambito software
Tuttavia, un gruppo sempre più folto di informatici
di vecchio stampo (i cosiddetti "hacker" nel senso
però neutrale del termine, cioè di appassionati
della libera programmazione), quelli per cui il software
doveva rimanere uno strumento di sviluppo tecnologico più
che un oggetto di marketing, opposero resistenza a questo
trend ispirato ad un'ottica unicamente di profitto, volendo
dimostrare al mondo che il software poteva (anzi, doveva)
rimanere uno strumento il più possibile libero da
vincoli giuridici e fruibile da chiunque volesse intervenire
sulla sua struttura e sulle sue funzionalità.
A questo scopo era fondamentale poter sempre disporre del
codice sorgente, ovvero il codice in linguaggio di programmazione
grazie al quale è possibile capire la struttura del
software ed eventualmente modificarlo e correggerlo. Le
imprese di software invece, sfruttando i diritti esclusivi
del regime di copyright, distribuivano il software solo
in linguaggio macchina (codice binario), criptando il codice
sorgente e rendendo così ogni operazione di modifica,
aggiornamento e adattamento impossibile o quantomeno difficile.
Essendo il software ormai un'opera sottoposta a copyright
ed essendo il copyright un regime di tutela che si applica
automaticamente con la creazione dell'opera, gli sviluppatori
che avessero voluto distribuire le loro opere liberamente
avevano solo due scelte: rilasciarle esplicitamente in un
regime di public domain (ma questa scelta sarebbe stata
controproducente poichè chiunque avrebbe potuto appropriarsi
dell'opera e sfruttarla anche a fini commerciali, per di
più criptando successivamente il codice sorgente);
oppure rilasciarle sotto un particolare regime giuridico
cristallizzato in una licenza nella quale l'autore, sempre
fondandosi sui principi del copyright, disciplinava le modalità
di utilizzo e distribuzione dell'opera.
Tale particolare regime, nato nell'ambito del progetto GNU,
prese il nome emblematico di copyleft e i suoi principi
cardine furono condensati in un'apposita licenza chiamata
GNU General public license (GPL): essa garantiva che il
software fosse liberamente eseguibile, copiabile e modificabile,
e soprattutto che chiunque ridistribuisse copie di quel
software o creasse altro software derivato da quel codice
mantenesse il medesimo regime di licenza. Uno scaltro escamotage
che garantiva la persistenza all'infinito delle libertà
caratteristiche del software libero.
Dispute
terminologiche: "copyleft"
L'espressione "copyleft" nasce dalla prassi goliardica
di alcuni sviluppatori di software che distribuivano copie
dei loro lavori riportanti la dicitura "copyleft -
all rights reversed" (con una © rovesciata). In
effetti il termine è molto significativo poichè
racchiude un duplice gioco di parole: "left" è
appunto il participio passato di "leave" (lasciare,
permettere) e comunica l'idea di un regime più libero;
ma è anche l'opposto di "right" (destra)
e comunica un'idea di ribaltamento dei principi.
Dopo il 1989 (anno di nascita della GPL) comparvero altre
licenze ispirate alla stessa filosofia, ma gli ideologi/porta-voce
del progetto GNU si preoccuparono di dare al termine copyleft
una configurazione piuttosto netta: ovvero nell'accezione
originaria è considerata vera licenza copyleft quella
che impone il mantenimento all'infinito del medesimo regime
(nel linguaggio Creative Commons, la cosidetta clausola
"share-alike", cioè "condividi allo
stesso modo").
Questo nuovo modello di gestione dei diritti d'autore ha
avuto fin da subito grande rilevanza socio-culturale e col
tempo l'espressione "copyleft", forse per la sua
particolare efficacia semantica, è stata usata per
indicare più ampiamente tutto questo fenomeno giuridico
di rivisitazione del modello tradizionale di gestione dei
diritti d'autore. E nonostante le critiche dei puristi del
movimento, questo allargamento semantico è ormai
un dato di fatto in gran parte della documentazione e saggistica
in materia.
Dispute
terminologiche: "free software o open source?"
Dato che in inglese l'aggettivo "free" significa
contemporaneamente "libero" e "gratuito",
è spesso passato l'equivoco che software libero fosse
tutto ciò che veniva regalato. Ma a questa stregua
sarebbero rientrati in tale categoria anche i software "trial-version"
oppure "freeware", distribuiti a scopi puramente
commerciali e comunque senza disponibilità del codice
sorgente. Tale confusione era assolutamente da evitare.
Inoltre la diffusione di questo messaggio da un lato sviliva
il software libero che appariva come il "fratello povero"
del software proprietario (quando invece si trattava il
più delle volte di software di grande pregio e affidabilità);
e d'altro canto incuteva un timore di fondo nei confronti
di alcune imprese che avrebbero voluto investire risorse
economiche anche nello sviluppo di software libero.
Fu così che nel 1998 alcuni attivisti del settore
cercarono di dare un nuovo volto al fenomeno rendendolo
in un certo senso più appetibile al mondo imprenditoriale.
L'idea era quella di puntare non più tanto su aspetti
etici di libertà e condivisione quanto piuttosto
sulle caratteristiche e i vantaggi tecnici di questo tipo
di software. Nacque dunque il termine indubbiamente efficace
"open source" (cioè "codice sorgente
aperto") e la Open Source Initiative, un progetto guidato
da Eric Raymond che si sarebbe occupato di vigilare sul
corretto uso di questo termine e dunque di verificare che
le varie licenze emerse in quegli anni mantenessero alcuni
parametri di base.
Si creava così una dicotomia, tuttora insanata, fra
conservatori (fedeli al paradigma originario voluto dalla
Free Software Foundation) e innovatori (aperti alle nuove
prospettive di marketing). Una divisione spesso puramente
teorica e basata su argomentazioni etico-filosofiche, dato
che nella maggior parte dei casi il software "open
source" è anche "free software" e
ad ogni modo si tratta di due mondi paralleli che tra l'altro
di dirigono nella stessa direzione.
Copyleft
in ambito content: la documentazione tecnico-informatica
Con la diffusione del software libero e del software open
source anche in un circuito commerciale e di massa, ci si
è spesso trovati di fronte ad un paradosso: tutta
la documentazione (istruzioni tecniche, manuali, presentazioni)
relativa al software libero e prodotta dagli stessi sviluppatori,
veniva editata in un regime di copyright tradizionale. Molti
autori, soprattutto i "guru" del movimento (primo
fra tutti Richard Stallman) pubblicavano i loro articoli
d'informazione e sensibilizzazione accompagnati da una breve
nota di copyleft che suonava più o meno così:
"è permessa la copia letterale dell'opera con
ogni mezzo a condizione che venga riportata questa nota".
In questo laconico disclaimer si condensa in effetti molto
efficacemente il senso pratico del modello copyleft persistente;
dal punto di vista giuridico però tale laconicità
poteva essere foriera di abusi e interpretazioni fuorvianti.
Tra l'altro l'uso di questa nota nel caso di documentazione
poteva non essere particolarmente appropriato poichè
non si contemplava la possibilità di modifica dei
contenuti dell'opera: possibilità determinante trattandosi
di manuali di software liberamente modificabile, oltre che
liberamente copiabile. Alcuni autori scelsero di applicare
la GPL anche alle opere di documentazione, ma come è
già emerso si tratta di una licenza pensata e palesemente
riferita ad un'opera tecnico-funzionale come il software.
Ecco che nel 2000 nacque (sempre in seno al progetto GNU)
la Free Documentation License: una licenza appositamente
pensata per le opere letterarie, dunque una delle prime
licenze copyleft in ambito content e non solo strettamente
software.
Copyleft
in ambito content: le opere artistico-espressive in generale
Sulla scia di questo nuovo spiraglio apertosi in ambito
informatico e più in generale della diffusione massiccia
di Internet, in quegli anni (cioè dalla fine degli
anni Novanta) si attivarono alcuni progetti di promozione
della libera circolazione delle informazioni e delle opere
creative. Ogni progetto propose la propria "ricetta"
per sdoganare i principi del copyleft anche in quell'ambito
non più strettamente informatico: nacquero così
alcune licenze come - per citarne solo alcune - la Open
Publication License (del progetto OpenContent), la OpenAudio
License (della Electronic Frontier Foundation), la OpenMusic
License (del progetto tedesco OpenMusic), Licence Art Libre
(del progetto francese Art Libre). Fu però un gruppo
di giuristi di Stanford (capitanati dal professor Lawrence
Lessig) a fare il passo più determinante in questo
senso, con l'attivazione del progetto Creative Commons e
la diffusione nel 2002 delle relative licenze: queste licenze
erano pensate in modo da poter funzionare per tutti i tipi
di opere creative e in modo da poter essere tradotte e possibilmente
adattate ai vari ordinamenti giuridici. Tra l'altro la loro
struttura si articolava in clausole modulari che permettevano
all'autore di decidere quali usi consentire per la sua opera,
a quali condizioni e in quali contesti: in poche parole,
consentivano all'autore di graduare la libertà di
utilizzo dell'opera, chiarendone le condizioni.
Il
senso del copyleft in sintesi.
Cercando di dare una definizione semplice e chiara al concetto
di copyleft, possiamo dire che si tratta di un modello alternativo
di gestione dei diritti d'autore, che opera - a differenza
del modello tradizionale - in un'ottica non esclusiva e
non standardizzata e che deriva originariamente dalla libera
scelta dell'autore. Esso si realizza in concreto grazie
all'applicazione di alcuni contratti-licenza che disciplinano
la diffusione dell'opera e chiariscono a quali condizioni
essa può essere condivisa, modificata, commercializzata.
I principali effetti di tale modello sono:
- disintermediazione, nel senso che è l'autore stesso
a decidere a priori alcune regole relative alla diffusione
della sua opera e tali regole sono rivolte a tutta la comunità
degli utenti, senza più necessità di un soggetto
imprenditoriale che si occupi della distribuzione e commercializzazione
dell'opera (editore, produttore, etc.);
- riequilibrio, nel senso che, qualora ci fosse comunque
l'interazione di un soggetto imprenditoriale (cosa spesso
auspicabile), gli equilibri contrattuali relativi ai diritti
sull'opera verrebbero ampiamente ridefiniti, spostandosi
maggiori prerogative nella sfera dell'autore e creandosi
maggiori libertà nella sfera dell'utente finale;
- elasticità e differenziazione, nel senso che in
questo modello ogni opera ha un suo specifico regime giuridico
e tale regime può strutturarsi in modo decisamente
più elastico e dinamico, così da adattarsi
meglio alla nuova (e in continua evoluzione) compagine del
mondo della comunicazione multimediale;
- sostenibilità economica: grazie a queste sue caratteristiche,
tale paradigma riesce a realizzare un ideale di modello
economico sostenibile, tanto nel mondo informatico (ne è
la prova da più di un decennio il successo anche
economico del software open source) quanto nel mondo della
produzione intellettuale in generale.
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DISCLAIMER:
Copyright © Simone Aliprandi, dicembre 2005
Questo articolo per volontà dell’autore è
rilasciato sotto la disciplina della licenza CREATIVE COMMONS
ATTRIBUZIONE - NON OPERE DERIVATE 2.0 ITALIA il cui testo
ufficiale ed utile ai fini legali è disponibile alla
pagina web http://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/it/legalcode.
Articolo
pubblicato anche all'interno del libro "Compendio di
libertà informatica e cultura open" --> vedi